Due attori per un drammaturgo
di Grazia Napoli
Shakespeare e il suo principale interprete nell’Inghilterra di inizio ‘800 raccontati da uno degli attori italiani più completi: eclettico, colto, ironico, popolare.
 Edmund Kean as Richard III
Una fetta di Teatro Shakespeariano, nella narrazione scenica di due grandissimi: Edmund Kean e Gigi Proietti. Sintesi di professionalità, presenza scenica, tecnica e arte, ma anche di una grande capacità di connessione con il territorio, con il palcoscenico, con il pubblico.
Insomma, vera “dinamite”.
Gigi Proietti riportò in scena nel 2017, sulle tavole del Globe Teathre di Villa Borghese, a Roma Edmund Kean, monologo scritto da Raymund Fitz Simons per Ben Kingsley e interpretato in Italia anche da Vittorio Gasmann, ma con toni meno drammatici. Un testo, di cui Proietti ha curato anche la traduzione, in scena per la prima volta, nella sua interpretazione, nel 1989, nel Teatro Greco di Taormina.
Gigi Proietti è contemporaneamente il grande attore inglese e sé stesso. Qualcuno ha voluto vedere in questo spettacolo il suo testamento artistico, in cui si racconta il Teatro, la vita dell’Attore – qualsiasi attore – fatta di alti e bassi e di empatia profonda con il testo, la drammaturgia, l’arte. Al di là della collocazione spazio-temporale e culturale e degli autori di riferimento.
L’ultima recita: al Globe Teathre, riproduzione qui in Italia di quello che fu il Teatro di Shakespeare a Londra e di cui Gigi Proietti è stato Direttore Artistico fino al 2020, anno della sua scomparsa. Il teatro purtroppo è chiuso e inutilizzato dal 2022, dopo il cedimento di una scala esterna.
Il luogo aiuta ad entrare nell’atmosfera del Teatro Elisabettiano – senza orpelli e vicinissimo al pubblico - ma con un elemento in più: la sofferenza romantica di inizi ‘800, di cui Kean - nato nel 1787 e morto nel 1833 - è figlio. Othello, Shylok, Riccardo III, Amleto, Macbeth, Re Lear sono gli eroi collocati da Shakespeare nel suo tempo, ma Kean dà loro un cuore romantico, che diventa contemporaneo, attuale, vero, nell’interpretazione interposta di chi ha contribuito a fare grande il Teatro italiano tra ‘900 e 2000.
C’è una sorta di intreccio indefinibile e profondo tra il “Bardo”, Kean, e Proietti.
 Gigi Proietti interpreta Edmund Kean al Globe Theatre di Roma
Vite d’attori, ma anche di organizzatori e gestori del proprio lavoro. Shakespeare al Globe e Kean al Druri Lane di Londra - chiamato per risollevarne le sorti economiche – ma anche al Covent Garden e in decine di teatri di Provincia. Gigi Proietti alla Direzione del Globe e del Brancaccio a Roma e della Scuola-Laboratorio, che ha formato decine di ottimi attori; Capocomico di una Compagnia rodata e in scena fino all’ultimo, di cui hanno fatto parte anche le figlie Carlotta e Susanna, quest’ultima come costumista.
Un altro tratto comune a tutti e tre è senz’altro la ricerca ossessiva della perfezione del gesto e della parola. Abbandonata la declamazione dei versi, Kean riporta la recitazione shakespeariana su un piano più concreto, pur non rinunciando alla poesia, al ritmo, all’uso del linguaggio figurato. Si cala totalmente nei personaggi e ne fa emergere i sentimenti. Proietti dosa bene recitazione e interpretazione, a cui non manca mai la giusta, sana dose di ironia. Modi nuovi di essere attori, ciascuno nel suo tempo, senza mai tradire l’essenza dell’arte e la motivazione del mestiere.
Tutto questo è esplosivo sul palco. I pochi elementi scenici sulle tavole del Globe, il costume porpora, la corona, il trono, lo specchio da camerino sono un tutt’uno con la grandezza dell’attore, in cui alberga un altro attore, da cui emerge la grandezza dell’autore Shakespeare, della forza dei suoi versi, della sua parola, dei suoi personaggi, della sua arte, riscoperta in Europa solo a fine ‘700, grazie a Goethe e Lessing. Storie per narrare l’uomo, le sue vicende, la sua fortuna. In fondo Shakespeare, come Omero, Dante e Pirandello, ha detto già tutto. Ha mescolato comico e tragico, sublime e grottesco, bene e male. Forse per questo è così facile e intrigante per ogni attore adattarlo alla propria epoca; raccontarlo con canoni e messe in scena diversi, senza tradirne mai essenza e significato.
Proietti dà di Kean una interpretazione sofferta e sofferente, ma non tragica. Edmund Kean è stato un uomo nevrotico e instabile in amore, processato per adulterio; un artista viscerale, costretto ad esibirsi come Arlecchino in piccoli teatri, per sbarcare il lunario; un uomo-attore a tutto tondo, gratificato, alla fine, dalla scelta del figlio di percorrere la sua stessa strada; un attore completamente identificato con i suoi personaggi, ma anche con il suo lavoro, con i suoi vizi, con una vita romantica e maledetta. Un attore la cui morte è annunciata sul palco. Da lui stesso, per bocca del figlio.
Proietti descrive e fa rivivere tutti i personaggi così come Kean li aveva interpretati. Fa rivivere Kean stesso. E fa emergere sé stesso. Una sorta di novello Petrolini, già magistralmente interpretato all’inizio della sua carriera.
La grandezza di questo spettacolo è nel ritorno al “Teatro di Parola”. In questo caso, un monologo - o «spettacolo per attore solo» come Proietti amava definirlo - di quasi due ore. La grandezza dell’Attore è nella capacità di vivere – da solo e attraverso la Parola - più vite, nella narrazione e attraverso le citazioni di pezzi di tragedia e commedia shakespeariana, a volte ripetuti, come l’Addio di Othello, recitato tre volte e con toni diversi per raccontare l’ascesa e la caduta dell’artista: da sobrio, da ubriaco e in fin di vita. Momenti in cui realtà e finzione si intrecciano, vita e arte si mescolano a realizzare la vera essenza del Teatro, in un rapporto stretto ed empatico con il pubblico. È per il pubblico che si recita; è al pubblico che si parla. Per aiutarlo a immaginare e sognare.
*Questo articolo è stato pubblicato nel n. 1 della Rivista Culturale online www.trattiletterari.it diretta da Eva Bonitatibus
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