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L’albero di stanze di Giuseppe Lupo
di Grazia Napoli






“…le stanze odorano di prigione, voci e rumori hanno smesso di arrivare alle tende dei balconi e fra i muri è rimasto intrappolato il tempo che spinge, spinge, urta contro le pareti e le porte, batte alle finestre per lo sforzo di uscire a tutti i costi fuori, nel grande pianoforte di tegole”







Come in un lungo sogno. In cui il pensiero, il ricordo, le speranze, gli avvenimenti reali e quelli desiderati, i volti veri e immaginati, le storie ascoltate e raccontate, si mescolano e si dispongono in una trama nuova, surreale, ma non troppo, a narrare una storia ancestrale, in cui ognuno di noi ritrova la “propria vicenda”. Ancor più se – come l’autore - nato in terra di Lucania, dove scienza e magia, realtà e necessità, realizzazioni e aspirazioni, tradizioni e modernità sono opposti, che trovano un fondamento indiscusso e granitico nei valori, nei legami, nell’appartenenza.

“L’albero di stanze”, è la storia di una famiglia, che attraversa un secolo, fino al nuovo millennio. Ma è una storia, in fondo, senza tempo in senso cronologico.
È una storia di eternità. Di un’anima che cerca se stessa, le sue origini e il suo futuro, ascoltando con le orecchie della propria interiorità - Babele, il protagonista, ultimo discendente della famiglia Bensalem, è sordo -  il racconto dei muri della sua vecchia casa, che sta per essere chiusa, svuotata e definitivamente alienata, allo scoccare dell’anno 2000. Una casa cresciuta in verticale, come un albero, e i cui “rami” sono le stanze costruite dal patriarca Redentore, impastando tra calce e mattoni oggetti significativi, ricordi, sogni, realizzazioni, da trasmettere ai discendenti, che vorranno abitare quelle stanze. È la preparazione della vita futura. Una metafora, per ricordarsi che il passaggio di ognuno è segnato da un significato, da una memoria, da un insegnamento che, anche inconsciamente, arriva alle generazioni successive.

Tutto in questo libro è una grande metafora. Dalla famiglia discendente da un Re Magio, che continua ad avere come guida, nei momenti essenziali, la ricerca del passaggio di una stella cometa; al guardiano pluricentenario, di fatto senza età, della casa verticale; alle figure femminili, sempre un po’ magiche, sensitive, ma profondamente donne, piene di voglia di libertà, fino – in alcuni casi – a scomparire; ai figli che attraversano il ‘900 e vengono, man mano, attratti dalla guerra, dalla fabbrica, dalla tecnologia, dalla città.

Un libro dal linguaggio difficile e semplice al tempo stesso. Aiutato da suoni onomatopeici e in cui si insinuano parole dialettali lucane, proverbi, filastrocche, esclamazioni, che danno alla narrazione la concretezza di un luogo, che è, però, una sorta di novella “torre di Babele”, in cui l’esperienza di vita totalizzante fa incontrare più lingue: dalle ascendenze orientali, alle espressioni del nord Italia, alle lingue straniere degli ospiti di un albergo, che è in una di queste stanze, al francese, lingua di adozione del protagonista. Un linguaggio che tratteggia vita e carattere dei personaggi già nei nomi, – non comuni -  che rimandano ad un significato preciso: Redentore, Futurino, Sicurino, Taddeo, Adamantina, Crescenza, Severina Maestra, Ciliegia, per citarne alcuni.

Un romanzo, che va assaporato. Bisogna soffermarsi sulle parole e sulla trama.
Eppure, si legge quasi d’un fiato, come una favola di cui si vuole conoscere il finale. E, si intuisce, sarà un finale “da favola”. Perché il vero protagonista è il Racconto. Le parole che, come i muri di casa, diventano pietre.

  
  
  

 
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