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Raccontare con gli occhi di un bambino
di Grazia Napoli


Percorsi da fare, da immaginare, da inventare. Percorsi che definiscono pezzi di vita. Percorsi già fatti, che diventano racconto.





Mattia, 9 anni, il protagonista di C’era una volta adesso l’ultimo romanzo del giornalista e scrittore Massimo Gramellini, scrive dal futuro: nel dicembre 2080. E scrive del percorso che noi – immersi in una pandemia mondiale – stiamo ancora facendo.

Racconta come si viveva in quei giorni del 2020, chiuso in casa con la mamma, la sorella e il padre, che, dopo un’assenza di 6 anni sceglie di passare con loro il lockdown, in una “casa di ringhiera” a Milano. Un palazzo con dei ballatoi, che è un vero microcosmo descritto con le parole, i dubbi, le domande inappropriate, le considerazioni di un bambino, per il quale la Scuola è finita dentro ad un computer; la sorella adolescente e ribelle è l’unica compagnia; il padre una presenza aliena e inquietante che vive, lavora e dorme in salotto; la madre una donna sempre più ansiosa, impaurita, ossessionata da igiene, distanze e isolamento. Unico riferimento rimane la nonna, che vive al piano di sopra e si fa guidare dalle stelle e dai sentimenti. Da lei Mattia imparerà a fidarsi e affidarsi. Imparerà a crescere e racconterà quella esperienza, alle soglie dei 70 anni cucendo frammenti, con la consapevolezza di una emergenza finita e della vittoria della vita.

Un po’ come i racconti di guerra, ammantati sempre di paura e nostalgia, dei nonni ai nipoti della mia generazione.

Ed è un percorso di crescita e rinascita – ma questa volta da un handicap – anche quello del bambino protagonista di Breve storia del mio silenzio di Giuseppe Lupo. Quel bambino è lui.

A 4 anni, con la nascita della sorella perde il gusto delle parole, si chiude nel mutismo, rifiuta di parlare. Comincia così un percorso di ricerca, interiore ed esteriore, delle parole, che aiutino a riordinare il mondo, a conoscere sé stesso e a farsi conoscere. Fino a diventare un “professionista delle parole”. Uno scrittore.

C’è il percorso a scuola con la madre maestra; a casa con il padre letterato; al liceo e poi all’Università, a Milano, sulle tracce di Leonardo Sinisgalli.

Percorsi di vita, tra ricordi e ricerca, tra memoria e futuro, tra gli Appennini e la metropoli industriale di pianura. Un cammino reale ed emotivo “narrato” dal silenzio di un bambino, che ritrova le parole – in fondo sempre rimaste dentro di lui – e trova, alla fine, il suo percorso.

Anche il Pinocchio della favola di Carlo Lorenzini-Collodi è un bambino che cerca, trova e narra di un “percorso”. Da burattino a bambino, attraverso avventure e vicissitudini metafora della vita.

La favola più bella, più conosciuta, più raccontata, in cui ad ogni lettura si capisce qualcosa in più, si trova un nuovo parallelo con l’attualità, si intuisce una verità.

Dall’essere di legno, un burattino anche se senza fili, ma con un naso che si allunga ad ogni bugia, a diventare bambino in carne ed ossa. Una metamorfosi faticosa, a cui si arriva superando ostacoli e inganni, tentazioni e truffe, leggerezze e lacrime.

Un percorso di nascita e conoscenza che parte – ancora una volta – da una condizione difficile, strana, sconosciuta, ma che guarda avanti e cerca la vita.

Sono solo tre esempi. Narrazioni diverse per stile, linguaggio, costruzione. Ma, a loro modo, creano un percorso e trovano un punto in comune nel bambino protagonista, che si racconta e di cui si racconta. Bambini che narrano con le parole e la saggezza dei grandi, che hanno conservato l’innocenza, la speranza, la voglia di futuro.

Qualunque sia il percorso.


- questo articolo è stato pubblicato sul n.93 della rivista culturale online www.goccedautore.it

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