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“Un ventaglio di seta blue Savoia” di Adriana Brown
di Grazia Napoli

Potenza 10 giugno 2004 – Libreria Cocco




Già il titolo di questo libro - incentrato su un oggetto di seduzione tutto femminile – un oggetto elegante e  prezioso, romantico e simbolico -  introduce in un ambiente intriso di mistero. Un ambiente ambiguo, ma che, nel dipanarsi della vicenda, rivela una sua logica strettamente legata, sia all’ambiente aristocratico e di corte, sia a quello più popolare, subdolo e morboso, di un’oscura pensione della Roma degli anni ‘10 del ‘900. Gli oggetti: i gioielli, gli abiti, le lettere sono - in fondo - protagonisti  quanto gli uomini dell’intera vicenda.
E’ attraverso la ricostruzione del “cammino” di questo oggetti che - alla fine - si giunge alla verità.

La storia sembra delle più banali: un omicidio-suicidio scoperto da un cameriere in una stanza di un albergo a ore. E la sola particolarità sembra stare nel fatto che i protagonisti sono un capitano del regio esercito sabaudo e una dama di corte vicinissima alla regina Elena.
La cronaca e le indagini ufficiali liquidano il caso come un omicidio - suicidio, causato dalla gelosia di un amante respinto. Ma il tempo dirà che non è così. Ben 27 anni dopo - infatti - queste morti ne causeranno indirettamente altre, coinvolgendo personaggi vicini ai primi due protagonisti.

La prima cosa che intriga un giornalista è - dunque - in questo libro, il fatto che si parta da un fatto realmente accaduto. L’omicidio della contessa Giulia Tasca, moglie separata del duca Trigona di Sant’Elia, nobile siciliano, avvenuto in una pensione malfamata di piazza Vittorio a Roma. Un fatto di cronaca, che – indirettamente - coinvolgeva la casa reale, il governo giolittiano, la nobiltà siciliana anche a causa di un epistolario piuttosto intimo tra la regina Elena e la dama di corte, ritrovato nella pensione e consegnato a Giolitti e, quindi, al re.

Cronaca e Storia - dunque - si intrecciano e appassionano. Non a caso l’investigatore - protagonista di questo libro è uno storico,  professore universitario, che mettendo ordine nella  biblioteca di un magistrato siciliano, che gli ha lasciato in eredità il suo palazzo, trova un dossier.  La curiosità storica, il metodo di ricerca e indagine non poliziesco ma prettamente storico appassionano e rendono la trama avvincente, ma senza patemi né colpi di scena.

E’ un giallo con l’andamento del racconto, della verifica graduale delle notizie e delle fonti.

Colpisce anche - in questa storia - il numero delle donne protagoniste.
La contessa assassinata, la sua cameriera, la regina Elena, la figlia del padrone della pensione, suo malgrado ricca ereditiera, la moglie delle storico, che aiuta la ricerca con le sue intuizioni tutte femminili.

Tutte donne che si spingono in avanti, che mostrano una certa ambizione, ma poi rimangono imbrigliate ciascuna nel proprio ruolo.
Come era d’obbligo per la morale della società dell’epoca.  

Se la contessa assassinata era - in realtà - una spia per gli austriaci e per i tedeschi alla vigilia della prima guerra mondiale, poi non compie il proprio ruolo e rimane una donna di corte avida, ambiziosa, ma pur sempre ristretta nel ruolo di amante.
La regina Elena, la cui simpatia per la contessa sarebbe piuttosto sospetta e morbosa, finisce per racchiudere solo il proprio ruolo di regina infelice alle dipendenze del re.
La stessa moglie del protagonista trova – nell’aiutare il marito nella ricerca della
della verità sull’omicidio della contessa Trigona – un modo per mettere alla prova il proprio matrimonio, ma poi - alla fine - rimane solo moglie e madre.
Cosi la signora Sandrelli, ereditiera dello stabile dove si trovava la pensione con la suite segreta della contessa. E’ ricca, ma finge di non esserlo e di vivere vendendo bijoutteria. Perché ha paura che il passato ritorni e le si ritorca contro. E poi la cameriera della contessa, che paga nel peggiore dei modi il fatto di aver ereditato danaro e abiti della sua signora.

Sono donne appena abbozzate nei tratti fisici, meglio delineate in quelli morali e caratteriali. Ma comunque sono tante.
Forse l’autrice ha voluto popolare il suo romanzo di figure femminili per accrescerne il mistero e per dare alla vicenda una dimensione che - bene o male - finisce per tornare nell’ambito familiare e - alla fine - molto provinciale della Roma tra le due guerre.

Sullo sfondo c’è Roma, c’è l’Italia, c’è la corte sabauda, ma c’è anche la vita di chi vive di espedienti e menzogne.
Menzogne grandi e piccole: dall’intrigo amoroso, allo spionaggio internazionale fino al tradimento di un governo nei confronti di un altro.
Le vicende storiche rimangono - però - sullo sfondo, appena accennate, quasi a volerle far rimanere defilate, anche se, poi, sono proprio queste vicende la vere protagoniste. E - invece - tutto si concentra sulle figure dei due amanti che – alla fine si capirà che sono stati uccisi da altri, per coprire interessi diversi – e che invece tra la Roma e la Sicilia dell’epoca erano diventati persino soggetto di una farsa per cantastorie siciliani. Insomma, una sorta di novella baronessa di Carini, implicata in una sfortunata storia di amore e passione.

Si vedrà che non è cosi. Si scopriranno vicende tutte italiane, occultate per anni.
Gli stessi protagonisti citano nel racconto una frase di Kipling secondo cui niente finisce finché non si giunge realmente alla fine.
La missione dei personaggi investigatori di questo giallo e, dunque, di Adriana Brown è stata proprio questa, nella piena consapevolezza, poi, di poterne fare un romanzo, un giallo, più che un documento che cambiasse l’interpretazione della Storia


  
  
  

 
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