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Pollino:Il Parco degli Dei
di Grazia Napoli


       La natura ha voluto far germogliare, nel cuore del Mezzogiorno un autentico Eden; un capolavoro, che riscatta, in parte, da miseria e abbandono, le popolazioni, che vi abitano.


Figura 1 - Parco Nazionale del Pollino


       E’ il Parco Nazionale del Pollino: 196mila ettari di patrimonio naturale e culturale; 56 piccoli paesi disseminati sulle montagne tra Basilicata e Calabria, tra le acque dello Ionio e quelle del Tirreno. Un susseguirsi di estesi pianori; di abitati caratteristici, disposti a corona tra le due regioni, alcuni brulicanti di vita, altri meno, altri ancora, come Laino Castello, ormai un paese fantasma.

       Il Pollino è terra di scoperta e di mistero: in grotte oscure, rifugio di briganti o indegno luogo di sepoltura; in gole profondissime, in fondo a strapiombi, dove l'unico suono è il fruscio del vento, tra gli arbusti aggrappati alle rocce, su cime dolci e selvagge. Ma il Pollino è anche un "giardino", dove - pare - gli dei scelsero di vivere, derivandone il nome da Apollinea. Narra, infatti, la leggenda, che “sulle nude creste delle montagne, accarezzato dai solitari venti d’altitudine, tra il nobile popolo dei pini loricati, soggiornava il dio Apollo, che, dall’alto, dominava quegli orizzonti senza confini”. Il giovane dio possedeva i pregi di molte, antichissime divinità, venerate sotto l’aspetto di animali selvatici, con enormi corna a mezza luna. Ne riproduce l’impressionante profilo il disegno di un bovide del paleolitico, scoperto nella grotta del Romito, a Papasidero. Quello del Pollino è un territorio, dove, tra rocce e cielo, il succedersi delle stagioni ha lasciato i segni di una diversità biologica e morfologica assai rara, suggestiva, dove convivono armoniosamente aspetti mediterranei e alpini. Da Oriente ad occidente: uno spettacolare crinale segna il confine ideale tra Calabria e Lucania. Una dopo l’altra, si alzano, le vette della Serra del Prete…del Monte Pollino…della Serra del Dolcedorme. Monti che degradano, a nord, verso incantevoli Valli: del Mercure…del Sarmento…del Frido…del Sinni. I pendii: ricoperti in prevalenza dal verde dei boschi e interrotti dagli spettacolari pianori carsici di Ruggio…di Jannace…del Pollino. Costoni ripidissimi scendono verso sud, in direzione di Morano Calabro e Castrovillari. E’ un crinale secondario, quello su cui la Serra delle Ciavole e la Serra di Crispo danno vita ad un vero spettacolo naturale. Al di là delle Serre, verso Civita e San Lorenzo Bellizzi: gli spettacolari canyon del Raganello e di Barile, che, dominati dalle pareti calcaree della Timpa Falconara e della Timpa di San Lorenzo, conducono alla piana tra Frascineto e Francavilla Marittima, dov'era, fino al 25 marzo 1998, quasi calato dall'alto, su gole profondissime, il "Ponte del Diavolo", di epoca romana, crollato sotto i colpi del maltempo e nell'attesa di una necessaria, ma sempre rimandata, opera di restauro. Era stato edificato per superare l’orrido del Raganello. Il suo nome sinistro richiamava un patto di sangue tra gli antichi abitanti del luogo e la divinità precristiana del fiume sottostante. E' questo il luogo ideale delle escursioni turistiche fatte di fatica, avventura e...meraviglia.

       Sul versante lucano, oltre l’ampio fondovalle del Sinni, svetta, quasi solitario, verso nord-ovest il massiccio del Monte Alpi. Una valle incantata, attraversata, per decine di chilometri, dalle acque argentate del Lao, si apre verso il Tirreno. L’acqua ha inciso in gole i fianchi delle montagne. E' il posto ideale per gli appassionati di canoa e di rafting, che, in un percorso non difficile, si immergono in ambienti aspri e selvaggi. A sud, in territorio calabrese, chiedono di essere esplorati i Monti dell’Orsomarso. Più dolci e boscosi, in prossimità di Campo Tenese, diventano sempre più impervi e grandiosi, con le vette rocciose del Cozzo del Pellegrino…della Mula… della Montea. Verso il Mar Tirreno, il fiume Argentino incide in profondità le montagne, creando un santuario naturale unico ed affascinante.

       Sul Pollino le acque sono sinonimo di vita; artiste senza età. Il loro scorrere ancestrale ha modellato sculture rocciose d’incanto; ha cullato foglie; ha accompagnato con il proprio canto la melodia degli uccelli, lo stridulare di aquile e falchi, l'ululare dei lupi, i versi confusi di volpi, scoiattoli e ghiri e l’incessante tambureggiare dei picchi neri; il letto dei fiumi ha ospitato anfibi allegri e buffi, come la salamandrina dagli occhiali; la loro limpidezza ha attratto la rarissima lontra, avvistata nella sorgente del “Peschiera”. Acque spumeggianti e acque sonnacchiose; acque, che stendono macchie d’azzurro, piccoli frammenti di un cielo limpido e sconfinato, che si fanno spazio qua e là e nelle quali si specchia, con orgoglio, una vegetazione lussureggiante e variopinta, in un gioco di ombre e colori unico, che suscita, nell’osservatore attento, profonde emozioni; apre un dialogo intimo e silenzioso. Erano ad acqua gli antichi mulini, testimoni della civiltà dei mugnai e dei pastori, e di un'economia legata, nei secoli scorsi, alle risorse acqua, legna, bestiame. Un vero e proprio mondo produttivo, che richiamava manodopera dalle regioni vicine. Sul Frido, a San Severino Lucano, è quella che, oggi, è comunemente chiamata "la via dei mulini": percorso faticoso, che racconta una storia di lavoro, di tradizoni, di sviluppo. Risalgno al '700 il mulino e la segheria "Jannarelli", di cui è ancora visibile la condotta idrica. Dei primi del '900 il mulino "Magnacane", regolarmente in funzione fino al 1973.

       I fiumi, oggi un po' più poveri d'acqua, sono come custoditi, tutt'intorno, da un autentico "oceano vegetale", dominato da faggi giganteschi. Alberi dritti e solenni, che, a volte, si contorcono, si inarcano e si slanciano come nell'ansiosa ricerca di un assetto definitivo, assumendo forme simili a serpenti. E poi: aceri, abeti bianchi, pini, ontani, carpini, querce e tassi, tra il profumo delle erbe officinali. Il fascino del Pollino è tutto negli “anfiteatri” nudi, sovrastati dalle cime più alte del massiccio, montagne deserte dalle forme capricciose. Isola tranquilla fuori dal tempo. Domina il paesaggio il simbolo del Parco: il pino loricato, dalla caratteristica corteccia a squame, simile ad una lorica: la corazza dei soldati romani. Scomparsi da quasi tutta l’Europa, questi pini trovano, ancora, tra le vette sassose del massiccio, il proprio habitat ideale. Maestosi ed eleganti, giganti argentei considerati, nelle più antiche mitologie, scale di congiungimento tra cielo e terra, esprimono il tormento e la forza di alberi che, anche dopo la morte, sfidano in piedi, per secoli, la furia degli elementi; i rami sembrano sorreggere le nubi e le radici possenti scovare i segreti del sottosuolo. Qualcuno ha attentato, in un gesto inspiegabile e assurdo, a questa maestosità, bruciando parte del grande pino a guardia della Serra.


Figura 2 - Pino loricato


       E’ gente semplice quella che popola, da secoli, queste zone. Gente che guarda al futuro, senza mai dimenticare il passato. Gli artigiani hanno impreziosito di fregi le contrade e i paesi del Parco, con la sola forza dei propri scalpellini; le massaie hanno saputo creare un piatto saporito con una semplice fetta di pane abbrustolito ed un pezzetto di formaggio. Nei rifugi d'alta montagna e nelle trattorie dei centri storici del Pollino, è possibile trovare tavole "imbandite" con piatti dagli ingredienti poveri, ma dal profumo e dal sapore antico. Piatti fatti con i prodotti della terra: dai funghi, ai frutti del sottobosco; dagli ortaggi delle valli, ai salumi dell'alta montagna; al peperoncino forte, essiccato o sott'olio, produzione tradizionale di Senise. E la Pasta di casa, vera genuina "specialità". Nei centri albanesi si ripete la tradizione dei piatti e dei dolci della terra d'origine.

       E’ un variopinto mosaico antropologico quello del Pollino. Un crogiuolo di etnie diverse, di costumi, accenti e culture eterogenee, frutto di tormentate vicissitudini storiche. In nove comuni del Parco sopravvivono gli usi della cultura “Arbereshe”: canti, danze, riti ancestrali e funzioni religiose greco – bizantine. Da San Paolo Albanese a Civita, le donne più anziane indossano ancora i costumi tradizionali, coloratissimi, ornati di merletti appariscenti. Un segno particolare è la “Keza”: diadema di oro bianco, che orna il capo delle spose. Intrisa di segni rituali è la celebrazione del matrimonio: tra i più spettacolari: i tre giri che sacerdote e sposi fanno intorno all’altare con una corona sulla testa e il pane e il vino in mano. Custode di questa antica civiltà, che ha paralleli nelle comunità albanesi sparse in tutto il mondo, è il Museo della Cultura Arbereshe a San Paolo Albanese: oggetti, costumi, fotografie, testimoniano di un mondo dalle radici salde e di una volontà di conservazione, che va al di là della concezione puramente folcloristica e turistica, facendosi cultura, diventando Storia. Il turismo, oggi in via di definitiva organizzazione, con strutture ricettive adeguate, un tempo era legato, da queste parti, soprattutto alle feste contadine: momenti di devozione, tra sacro e profano, che raccoglievano, nelle valli più impervie e intorno ai luoghi di culto, le popolazioni del comprensorio, e non solo.

       E’ costellato di piccoli santuari votivi il Pollino: segni di un intimo rapporto con la “roccia madre” e la natura, di un culto della montagna sacra, che ha attraversato i millenni, assumendo, nelle varie epoche, il nome e le sembianze di diverse divinità. Una religiosità violenta e passionale, si cela dietro i festeggiamenti della Madonna del Pollino e di S. Antonio: riti di una cultura antica comune alle popolazioni della Calabria e della Lucania. L'intimo rapporto con la terra e con il bosco, a cui, da sempre, è legata la sopravvivenza stessa di queste comunità si esplicita nei riti arborei. Tanti i paesi della zona, che, in primavera celebrano questo "matrimonio tra alberi", segno di vita che si rinnova, di fecondità, di buon auspicio. In alcuni centri, l'albero, diventa "albero della cuccagna", che rende "eroe per un giorno", chi lo scala per primo. Feste popolari con un unico filo conduttore: una profonda comunione con la natura e con la propria terra. E' così che la folla vibrante, chiassosa, colorata, vive questi riti antichissimi. Simboli di un patrimonio da riscoprire nei suoi valori più autentici e originali. Patrimonio di tutta la gente del parco da far conoscere oltre i confini regionali e nazionali, per vincere la sfida del futuro e rendere questo fazzoletto di terra un luogo di riscatto economico, storico e culturale.


Figura 3 - Cervo a bosco Magnano (foto di Rocco De Rosa)


       E' questo il senso del "Parco Nazionale", istituito dal Ministero dell'Ambiente nel Dicembre del 1990. Un progetto che parte da lontano, quando, nel 1968, se ne cominciò a parlare, grazie al WWF e al CNR, con una proposta, che prevedeva l'istituzione di una riserva integrale nella parte alta del massiccio e di aree a protezione generale alle sue falde, a scopo di valorizzazione turistica. Risale al 1981 il primo piano territoriale della Regione Basilicata per il coordinamento che avrebbe dato vita al Parco; al 1983, la prima norma di salvaguardia e i primi interventi per il recupero dei rifugi e la costruzione dei "centri visita". Del 1985: l'istituzione del parco regionale, in Basilicata. In 8 anni, il Parco è cresciuto, lo gestisce un apposto Ente. La sua fama è pian piano umentata ed ha varcato i confini meridionali, richiamando turisti da ogni parte d'Italia e d'Europa. Le sue strutture si sono modernizzate, senza snaturare il paesaggio, i caratteristici centri storici, le bellezze naturali di un verde intenso, di un silenzio maestoso, dove lo scorrere delle acque e il fruscio delle foglie rimangono sempre piacevole sottofondo alle moderne attività. Parte da queste montagne, da queste acque, da queste rocce, da questi paesini sommersi dai boschi, la provocazione di un Parco, che vuol vivere, valorizzare se stesso, offrire cultura, natura, cortesia, superando il proprio orizzonte.

   Parco Del Pollino
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