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Betlemme, tra rabbia e speranza
di Grazia Napoli



la porta della Basilica della Natività


Betlemme – Gennaio 2013 - La chiamano la porta dell’umiltà. Anche se il fatto che sia cosi piccola ha più che altro ragioni storiche. Ma a chi visita la Basilica della Natività a Betlemme, quella porticina di pietra non può che suggerire l’ ingresso in un posto in cui si torna alle origini. Superati i mosaici e le ricche lampade votive dell’altare ortodosso, l’ accesso unico alla grotta in cui nacque Gesù è ancora un luogo stretto, angusto, piccolo, umile. Da un lato, la povera mangiatoia, dall’altro – a terra, sotto un piccolo altare: una stella, che indica il posto in cui nacque il Bambino. Una stella di metallo, ma in grado di propagare una luce immensa: quella che, in questa Basilica, apre il cuore alla speranza. Un luogo piccolo, la cui gestione è rigorosamente divisa –anche negli orari delle funzioni – tra cattolici, armeni, ortodossi. E qui viene da chiedere: perché? Anche questo è un perché storico, che ha le sue ragioni, che non possono essere – però – ragioni comprensibili a chi viene qui perché lo considera solo un luogo di fede. Una fede comunque comune a tutte le confessioni.





A Betlemme sempre ti accompagna – con la fede - anche un senso di tristezza. Convivono più confessioni cristiane. Si convive con l’islam – la moschea è di fronte alla Basilica cristiana. Ma si sente che si vive in un mondo di regole e non di vera tolleranza. Si sente di essere su un suolo santo e martoriato.




E’ un pugno allo stomaco il muro alto 9 metri, che circonda Betlemme a delimitare i territori palestinesi. Si accede attraverso un ceck point sorvegliato da soldati poco più che ventenni. Con tanto di mitra a tracolla. Un mitra che gli ho visto non lasciare mai. Neanche nelle chiese. Neanche sul confine giordano, lungo il fiume omonimo dove i cristiani vanno ancora a battezzarsi; neanche al muro del pianto, a Gerusalemme. Da quel ceck point si passa esibendo i documenti. Gli stranieri-pellegrini-turisti non hanno grandi problemi, anche se è meglio non esagerare con foto e video. Chi a Betlemme vive e deve attraversare il muro per andare al lavoro in territorio israeliano, invece, ha bisogno del permesso del datore di lavoro; deve attraversare il muro a piedi; è schedato ogni giorno; deve rientrare e fare la trafila inversa entro una determinata ora. E’ una gabbia in cui la popolazione è rinchiusa. E si arrangia come può. Vive in povertà. I bambini già alle 7 del mattino piantonano gli alberghi dei turisti, cercando di vendere qualsiasi oggetto. Vivono cosi. Non vedono altro. C’è chi non ha mai attraversato il muro. Non ha mai visto Gerusalemme. Che è lì fuori, a pochi passi.

Una follia. Un dolore inspiegabile per chi arriva da un posto lontano, in cui non si conosce più la terribile esperienza della mancanza di libertà. Perché è questo che avverti. Un senso di oppressione. Insopportabile. Un centinaio di famiglie cristiane si sono organizzate in una cooperativa. In un grosso capannone ai  margini del campo profughi e anche on line vendono i prodotti dell’ artigianato locale. Per di più oggetti sacri di legno d’ ulivo e madreperla, icone, piccoli gioielli di malachite. Così sopravvivono. Anche negli alberghi i camerieri-contadini, ti vendono i loro prodotti. Sono tornata a casa con un chilo di zafferano troppo aromatizzato. Sapevo che non lo avrei utilizzato. Ma l’ ho comprato…

Chi arriva da fuori ha un solo desiderio: che israeliani e palestinesi si parlino. Che si abbandonino i mitra, che la sera gli elicotteri non sorvolino i cieli di Betlemme, che il muro – peraltro non ancora completo – venga abbattuto.

La sera del nostro arrivo a Betlemme due ragazzi palestinesi erano morti. 15 e 22 anni: avevano cercato per diverse sere di attraversare il muro, avevano provocato i soldati, avevano cercato la libertà. Una soldatessa, giovanissima anche lei, aveva reagito sparando…Noi siamo arrivati mentre era in corso la protesta, che per tre giorni segue i funerali, davanti alla tomba di Rachele, luogo caro agli israeliani. Ci hanno fatti entrare in albergo da una porta sul retro, ci hanno detto di chiudere porte e finestre. La strada era invasa dai gas lacrimogeni. Lo sento ancora il bruciore agli occhi per quel po’ di gas entrato dalla finestra, che non chiudeva bene. Ma sento soprattutto il fragore della protesta, della ribellione di una città. Ho assistito da una finestra d’albergo a quella che noi chiamiamo “Intifada. Senza capire bene cos’è.

Ho calcato il suolo della terra santa con sofferenza e gioia. Su pietre che trasudano storia e mistero. Sono andata sui passi di Gesù alla ricerca di me stessa. Riti e preghiere, ma anche riflessione, ricerca, comprensione. Confusione.

E’ un viaggio bellissimo. Niente ne scalfisce la bellezza: né il freddo, né il caldo, né la stanchezza, né la paura. Gesù mi ha invitata nella sua terra, come un amico. E io ci sono venuta. Sono felice di averlo fatto. Ho camminato nella sua parola, oltre che sui suoi passi. Ho camminato nei miei pensieri, nelle mie emozioni, nei miei peccati, nelle mie speranze. Ma credo anche in quelli degli altri.




La sera a Betlemme sentivo dal mio letto gli elicotteri…mi sono ipocritamente autoconvinta che fossero voli di linea. Ma ho pregato che - in un futuro non lontano - non ne passino più…

  
  
  

 
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