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“Ancora Lucani” - Viaggio tra i Lucani di Venezuela e Colombia
di Grazia Napoli





Caracas – Bogotà. Marzo 2004 - La prima immagine di Caracas regala uno spettacolo sconvolgente. Migliaia di ranchitos – così si chiamano in Venezuela le baraccopoli – abbarbicati alle colline, ma vicinissimi ai grattacieli e alle ville signorili. La prima, spontanea domanda è se anche gli italiani, e i lucani in particolare, vivano in quelle condizioni. Dai lucani - qui ormai da tempo - la rassicurante risposta: “solo qualcuno”. Eppure ci sono anche tra i lucani in Venezuela casi di povertà e indigenza, che la difficile situazione politica ed economica degli ultimi anni sta acuendo. Il che influisce soprattutto sulla possibilità di curarsi. La Sanità Pubblica funziona poco e male; quella privata costa troppo. L’ultimo viaggio dei componenti della commissione regionale dei lucani all’estero ha portato – però – a Caracas un aiuto concreto: l’apertura di un poliambulatorio, un “consultorio”, realizzato con i fondi della Regione Basilicata: 120 mila euro del “Progetto Solidarietà per il Sud America”. La proposta per la costruzione del consultorio – presentata alla Regione dalla Federazione dei Lucani in Venezuela – risaliva al 1999.




INAUGURAZIONE CENTRO MEDICO CARACAS




Oggi è realtà. Tre i Servizi attivati: Medicina Generale, Cardiologia Odontoiatria. Entro l’anno prossimo, si spera di attrezzare anche un Laboratorio Analisi. Vi lavoreranno medici italiani, figli di lucani, a tariffe agevolate.




SALA DI ODONTOIATRIA CENTRO MEDICO A CARACAS




Agevolati anche i prezzi per i pazienti italiani; gratuite le prestazioni per i lucani indigenti segnalati dal Consolato. Un aiuto concreto, questo, che fa sentire i Lucani all’estero “ancora lucani” e ancora parte della regione.

E’ una grande famiglia quella italiana in Venezuela. Un bellissimo Centro, attrezzato di piscina, campi da tennis e bocce, sale biliardo, un Teatro, una Biblioteca e sale ricreative di ogni genere, accoglie, ogni giorno, gli italiani, e i lucani, che vivono a Caracas. Una realizzazione che parla da sola di un tenore di vita alto, almeno fino a qualche tempo fa. Gli italiani, spina dorsale dell’economia venezuelana, subiscono, però, oggi, forti pressioni dal governo di Chavez. Le loro attività si stanno ridimensionando “ho dovuto licenziare 70 dipendenti qualche tempo fa” – racconta Antonio Azzato, imprenditore, originario di Marsico Nuovo, qui da 40 anni, e con un’avviata fabbrica di reti e materassi alle porte della città. E non va meglio ai professionisti, né alla classe media.

E’ un’emigrazione relativamente giovane quella lucana in Venezuela. Risale al secondo dopoguerra. “Questa è la terra più bella del mondo, ma oggi la vita è più difficile”. Così si esprime la gran parte dei lucani che abbiamo incontrato. Hanno belle case, un lavoro, ma è come se – ora – fossero impauriti. “Ormai investiamo solo all’estero” dice Antonio Spina, arrivato giovane parrucchiere da Moliterno e, oggi, titolare di due saloni di bellezza a Caracas. La crisi sembra, però, non sfiorare le sue attività. “Le donne venezuelane - afferma – rinunciano anche a mangiare, ma non a curare la propria bellezza.”

E’ una piccola solidale comunità lucana quella che incontriamo a Caracas. Arrivano quasi tutti dalla Val d’agri. Molti da Pescopagano. Sono imprenditori, parecchi nel turismo, nel Mar dei Carabi. E non mancano artisti e giornalisti. Allo spettacolo del Centro Mediterraneo delle Arti, che – per volere del Polo della Cultura della Provincia di Potenza - porta in scena “Contadini del Sud”, tratto dai testi di Rocco Scotellaro, incontriamo Antonio Costante da Pescopagano: regista di fama internazionale in allestimenti scenici di prosa e di opere liriche; ha il volto andino, ma un padre di Pescopagano Teresa De Vincenzi, giovane e rampante giornalista di “El Universal”, il secondo giornale del Venezuela. Il giorno prima del nostro incontro ha visto morire un suo collega negli scontri durante una delle manifestazioni antigovernative nel centro della città. “Voglio continuare a raccontare questa realtà, anche con il giubbotto antiproiettile”, dice. E ricorda la Basilicata, c’è stata più volte: “un posto tranquillo, dove si mangia bene e la gente è ‘muy hermosa’”, molto amabile.

Qui vive un’altra Basilicata. Quella della seconda generazione, si mescola a chi è arrivato a Caracas da piccolo o molto giovane e rivive, nelle parole dello spettacolo di Ulderico Pesce, la traversata in mare da emigranti, la povertà della Basilicata anni ’50, la nostalgia del paese. Anche se, oggi, sa riderne con ironia. Segno che tanto è cambiato.




PIAZZA PRINCIPALE DI BOGOTA




Solo due ore di aereo separano Caracas da Bogotà. In Colombia, a 2.600 metri d’altitudine, i lucani fanno i ristoratori, i commercianti, i medici. Una vera colonia di marateoti, lagonegresi, laurioti, rivellesi. Iannini, Brando, Filardi, Savino, Riccardi. Questi i cognomi. Sono gli eredi di un’emigrazione più antica, che risale agli inizi del ‘900.

A Bogotà è stata costituita, nel 1999, l’Associazione dei Lucani. Molti ragazzi, figli di questi lucani, sono in Italia, in Basilicata, per frequentare corsi di formazione e specializzazione. Parlano appena l’italiano, ma si sentono a casa. Anche a loro arriva l’aiuto della Regione.

Tante le storie in una zona del mondo tra le più pericolose, minacciata da guerriglieri e narcotrafficanti. Cesare Iannini, quattro eleganti ristoranti al centro di Bogotà, produce la pasta “Maratea” con il grano duro – come faceva suo padre - e la serve “al dente”. Macario Zito da San Giorgio Lucano, invece, porta in tavola – nella zona elegante della città - peperoncino e ravioli sempre freschi. E poi, ci sono i rivellesi, custodi dell’arte orafa e della fabbricazione degli orologi. Arti ancora vive a Rivello.




NICOLA RICCARDI OROLOGIAIO RIVELLESE A BOGOTA




Tutti conservano la lingua, le tradizioni, la gastronomia, i mestieri. E guardano alla Lucania con “simpatia”. Tornano spesso, anche più volte all’anno. Insegnano la “lucanità” ai loro figli. Ma, ormai, affetti e vita sono oltreoceano. Senza troppi rimpianti.

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