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Morte Blue - Storie di incidenti domestici vicini e lontani
di Grazia Napoli




       Morire in silenzio, di domenica mattina, quasi senza accorgersene, uccisi dall'ossido di carbonio. E' stata una maledetta domenica nel Sud Italia, a Potenza e Caserta, quella dell'8 dicembre 1996. Due persone sono morte e altre due, tra cui una bambina di 9 anni, sono state ricoverate in gravissime condizioni in ospedale. Due storie simbolo: implicita denuncia di un problema, quello della sicurezza degli impianti di riscaldamento domestico.
       Potenza si è accorta alle 10.00 del mattino della tragedia che, silenziosa, si era insinuata nella casa dei coniugi Summa, al primo piano di uno stabile in pieno centro storico abitato da 26 famiglie. Angelo Summa, 73 anni, usciere dell'Archivio di Stato in pensione, è riuscito ad avvisare il figlio Leonardo prima di cadere riverso a terra accanto al suo letto, in cui si trovava, apparentemente solo addormentata, in realtà in stato ormai confusionale e gravemente intossicata, la moglie Maria Antonia Martinelli, 68 anni. Un difficile compito quello dei Vigili del Fuoco, che hanno dovuto infrangere i vetri di una finestra per entrare nell'appartamento. Inutile la corsa fino al "San Carlo" per Angelo Summa; qualche speranza per la moglie, a lungo ricoverata nel reparto rianimazione. Solo un controllo per una giovane donna coinquilina dei Summa, che, da qualche giorno, avvertiva uno stato di malessere con mal di testa e vertigini.
       "I lavori vanno fatti, non possiamo mica morire di freddo". Così si era espresso lo stesso Angelo Summa nella riunione di condominio svoltasi pochi giorni prima e in cui si era deciso di sistemare la canna fumaria dell'impianto centralizzato di riscaldamento a gas. I lavori erano stati eseguiti e l'avviamento dei termosifoni era stato predisposto con un "timer", che regolava l'accensione automaticamente tre volte al giorno: la prima volta alle 6.00 del mattino, ora in cui, probabilmente, i coniugi Summa avevano incominciato a star male.
       E' indagato, ora, per omicidio colposo e lesioni aggravate, su disposizione del sostituto procuratore presso la Pretura di Potenza, l'operaio che eseguì quei lavori. I condomini, che i primi giorni, per paura e per freddo avevano chiesto ospitalità a parenti ed amici, continuano a passare l'inverno all'addiaccio: l'impianto è ancora bloccato e sotto perizia da parte di una commissione tecnica voluta dalla magistratura. Un'inchiesta, come sempre in questi casi. E intanto, si continua a morire. Per incuria? per distrazione? per scarse competenze? per problemi esclusivamente tecnici? I figli dei Summa, chiedono di saperlo al più presto.
       E quella stessa mattina, quasi contemporaneamente una donna di 27 anni, Daniela Panarella, è morta per intossicazione da ossido di carbonio esalato da uno scaldaacqua alimentato da una bombola, in una villetta a Castelvolturno (Caserta). Stava facendo la doccia con la figlia del marito, che era da loro per il week end. A nulla è servito, per Daniela Panarella, il ricovero nella Clinica "Pineta Grande" di Castelvolturno; i medici sono, invece, riusciti a rianimare la piccola e a trasportarla al "Santobono" di Napoli. Si salverà. Anche qui una responsabilità da accertare, anche qui un'inchiesta. Lo scaldaacqua era guasto? E come funzionava, alimentato da una bombola collocata all'esterno della villetta? Intanto, una donna giovane ci ha rimesso la vita e una bambina l'ha rischiata.
       Quello stesso giorno il "killer silenzioso", come le cronache giornalistiche amano chiamarlo, ha colpito due volte. Si è insinuato nelle case e nella vita di persone ignare, incolpevoli e inconsapevoli. Si è impadronito di due vite, ne ha minacciato altre due. Succede ogni giorno in Italia. Continua a succedere, ogni inverno, a sud come a nord. Basta una stufa o uno scaldabagno a combustibile lasciati accesi a lungo in ambienti dove non ci sia ricambio d'aria perché l'ossido di carbonio formatosi nella combustione raggiunga concentrazioni letali. E' perfettamente inodore. Chi lo respira non se ne accorge e perde improvvisamente conoscenza.
       "Ho cercato di rianimare mia cognata, ma poi, all'improvviso non ho visto più niente. Mi sono svegliato in questo letto di ospedale, mi hanno detto che è il Reparto di Rianimazione del San Carlo di Potenza". Così raccontava ai giornalisti, poco più di un anno fa, il 22 novembre 1995, Carmine Caporaso, di Corleto Perticara, ma residente a Roma, nel paese lucano per una breve visita alla famiglia. Un malore improvviso, mentre respirava inconsapevolmente lo stesso gas che pochi minuti prima aveva ucciso la moglie del fratello, Maria Bonadies, 59 anni, insegnate. La donna, si era recata in una stanza sottotetto all'ultimo piano della villetta in cui abitava con il marito, a Corleto. L'impianto era rimasto spento per qualche tempo, la coppia era infatti appena ritornata da un viaggio. Era una giornata di forte vento e gli scarichi della combustione erano ritornati nella piccola stanza adibita a sgabuzzino. Qui Maria Bonadies si era accasciata priva di sensi. Era stata ritrovata, poco dopo dal marito e dal cognato impensieriti dalla sua assenza in cucina. Altre persone, tra cui un medico chiamato in soccorso e un'amica di famiglia, si sentirono male e furono intossicate in gradi minori. Fu l'arrivo dell'eliambulanza a salvare la vita a Carmine Caporaso, "fisico atletico e buona resistenza polmonare per l'abitudine allo sport", come spiegò il primario della Rianimazione, Luigi de Trana. Una miracolo, per gli scampati alla tragedia."Chiunque entrasse nella villetta al centro del paese" raccontano i testimoni "usciva subito, perché un senso di vertigine e di malore prendeva tutti". Una morte assurda, "firmata" dal quel colore rosso ciliegia, "inconfondibile sul viso di chi muore respirando quel gas", come si espressero i medici legali.
       Perizie, inchieste, la ricerca di un colpevole. Un copione, che, per il cronista, si ripete ed è, appunto, il "copione di un fatto di cronaca". Che, però, nemmeno il cronista vorrebbe diventasse "routine".

  
  
  

 
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