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Tra Grattacieli e Ranchitos
di Grazia Napoli


N.d.A. Il pezzo che segue raccoglie i miei appunti di viaggio in Venezuela. elaborati insieme a Renato Cantore per il suo primo libro sull’ emigrazione lucana “Lucani Altrove”, di cui, in questo sito, è pubblicata la recensione, nella sezione “ho letto/a proposito di lucani”




Marzo 2004 – Non è lungo il viaggio in auto dal centro di Caracas. Cinque minuti o poco più. L’ingresso è quasi blindato: guardiano in divisa esaminano con cura il passaporto, che dev’essere rigorosamente italiano.
Solo così si accede la Centro Italo-venezuelano: un  complesso enorme, dotato di ogni comfort, con strutture ricreative e culturali di prim’ordine: piscine olimpioniche, campi da tennis e bocce, lunghi viali alberati, aiuole colorate e ampi prati all’inglese. Un’oasi di lavoro e benessere, nel cuore della città, circondata dai ranchitos, le baraccopoli costruite di cartone e mattoni, senza acqua corrente, senza servizi, senza fogne. Solo in qualche ranchito c’è la luce, collegata ai vicinissimi, lussuosi palazzi, che li affiancano. Collegata, forse, anche alla fornitura elettrica del Centro Italo-venezuelano.
E’ forte il contrasto. Ma qui nessuno sembra farci casi. E’ la normalità del Venezuela.
Il Centro è stato costruito interamente dagli italiani. Ed è qui che gli italiani di Caracas si incontrano, studiano, cenano, si sfidano in memorabili tornei di carte o biliardo. E’ qui che hanno il loro Teatro, la Biblioteca, il Bar, dovesi beve un discreto caffè espresso.
Arrivano da tutt’ Italia, anche se ognuno ha i propri riferimenti reginali e finanche paesani, conservando gelosamente, dopo decine di anni, abitudini, dialetto, tradizioni.
Tra piante tropicali e fontane, tra marmi e tendaggi raffinati, gli italiani che ce l’hanno fatta qui celebrano la loro condizione di emigranti che hanno realizzato il sogno dei nonni, che partirono con al valigia piena solo di speranze.


le piscine dle centro italo - venezuelano


In questo angolo di mondo hanno trovato la propria fortuna e – si capisce – non lo lascerebbero mai. Neanche ora, che il governo socialista di Chavez li attacca direttamente nei loro interessi, colpendo non solo imprenditori e professionisti, ma anche quella classe media che ha fatto la fortuna del Paese negli ultimi anni. Neanche ora che le strade di Caracas sono sempre meno sicure, anche per gli italiani. Il pericolo è all’ angolo di ogni strada, anche sotto forma di piccoli furti, che, spesso, hanno sviluppi tragici. Antonio Spina, origini moliternesi, qui da 45 anni, racconta, ancora sconvolto, agli amici incontrati, come al solito, nel bar del centro Italo venezuelano, la scena cui ha assistito un suo, collega italiano la sera prima, in una strada del centro, a due passi da casa, dove un altro parrucchiere di origini italiane, Bruno, è stato ucciso a colpi di rivoltella semplicemente perché indossava un paio di scarpe nuove. Lo ha aggredito una delle tante bande che spadroneggiano in città, e che agiscono più per fame e disperazione, che per malvagità o strategia politico-criminale. Alla sua reazione qualcuno gli ha sparato. Poi gli hanno portato via le scarpe lasciandolo morente sul selciato. Antonio non riesce a darsi pace, anche qui che si sente al sicuro, circondato dagli amici di sempre, che gli fanno coraggio davanti ad una tazza di buon caffè all’italiana.
Fino a qualche anno fa, racconta, qui era tutto diverso: la criminalità era confinata nelle periferie, il governo era vicino agli imprenditori e, in genere, a tutti quelli che rischiavano in proprio. Gli italiani erano  ovunque ben visti. Insomma, il Venezuela era uno di posti migliori al mondo dove vivere e fare buoni affari.
Spina, giovanissimo parrucchiere, raggiunse il padre qui a Caracas nel 1951. Non ha cambiato mestiere, ma è certamente cresciuto e , oggi, dirige tre saloni di bellezza con trenta dipendenti. Una moglie praghese, un figlio ingegnere, due nipotini, che adora. “Il Venezuela non attraversa un buon momento – dice – ma qui le donne non rinuncerebbero mai alla cura della propria bellezza, a costo di qualsiasi sacrificio!” A Moliterno rimane vicino con il cuore, ma anche con atti concreti di cui va particolarmente orgoglioso. In uno dei suoi saloni, ad esempio, lavora Diana, 20 anni: ha la pelle scura, ma suo padre è arrivato qui proprio da Moliterno!
Nella discussione si infervora particolarmente Antonio Azzato, da Marsiconuovo. E’ titolare di un’ azienda che produce reti per letti e materassi. Non deve passarsela male, a giudicare dalla sua abitazione: una villa elegante su più livelli, arredata con mobili in stile e divani damascati, con giardino e tavernetta, dove campeggiano i poster di Marsiconuovo, in una bella zona residenziale poco oltre i grattacieli, un quartiere elegante fatto soprattutto di ville padronali. Nello stesso quartiere abita anche Spina con la sua famiglia. Sono amici da sempre, Spina e Azzato. Antonio, aria timida e pensosa, grossi occhiali da miope, stempiato e non proprio magrissimo, è arrivato in Venezuela nel 1958 con i tre fratelli. Una vertiginosa ascesa, la ricchezza, tanti dipendenti. Ma ora la situazione è difficile e racconta con rammarico che, per la prima volta, ha dovuto licenziare 70 dipendenti.    
I dollari statunitensi e il petrolio venezuelano hanno aiutato molti italiani del Venezuela ad affermarsi. E’ lucano di Corleto Perticara l’ ormai ultraottantenne Gaetano Di Mase, imprenditore edile, finanziere, mecenate, per molti anni accanto ai governi del dopoguerra. Benché ormai avanti con l’età, conserva un’aria distinta e un’attenzione alla cura della persona, che raccontano di una vita trascorsa a lungo da protagonista. Lasciata la lussuosa residenza fuori città, vive in un attico in centro, tra terrazzi colmi di piante tropicali e mobili pregiati, con la moglie Maria Cristina Coppola, discendente da un’antica famiglia della nobiltà napoletana. La coppia è ancora protagonista del jet set di Caracas e le loro foto occupano spesso le pagine delle cronache mondane delle riviste popolari, in Venezuela. Di Di Mase e della sua famiglia, ai tavolini del Centro italo-venezuelano,  ancora si parla come di una grande risorsa per la comunità lucana.
La famiglia è originaria di Montemurro, ma il padre Giovanni partì nel 1927 da Corleto Perticara. Paese della moglie, dove erano nati i suoi figli. Non era un emigrante come gli altri. Dovette lasciare l’Italia per ragioni politiche, e, dunque, più che di emigrazione – nel suo caso – bisognerebbe parlare di esilio. Giovanni trasferì a Caracas l’ intera famiglia, con i tre figli maschi: Gaetano, Giuseppe e Giacomo.
Nella Caracas di metà ‘900 i tre fratelli trovarono presto al dimensione giusta per il loro spiccato senso degli affari. Tutti e tre laureati in ingegneria, si distinsero nella progettazione e nella esecuzione di importanti opere pubbliche, senza trascurare l’altro business emergente: quello dell’automobile. Fu loro l’idea di importare in Venezuela le italianissime automobili Fiat, e, quando nel 1962 il governo venezuelano proibì l’importazione di veicoli finiti, misero su la “Fabbrica Industrial  Automotores Venezuela C.A.”, una moderna industria meccanica che importava dall’Italia i pezzi di automezzi Fiat, che venivano assemblati con procedimenti di automazione tra i più avanzati dell’ epoca. Automobili, camion, trattori, realizzati nell’azienda dei fratelli Di Mase fecero, per anni, una spietata e – a volte – vincente concorrenza alla grande industria automobilistica americana. Intorno alla fabbrica madre naturalmente nacquero piccole aziende per al fornitura degli accessori, società finanziarie per promuovere e favorire la vendita rateale delle automobili, e una società commerciale, la Società Distribudora Di Mase C.A., nata per gestire la vasta rete di filiali, concessionari, centri di assistenza, dislocata su tutto il territorio del Venezuela. Nei periodo più floridi, solo questo settore di attività dava lavoro a non meno di duemila persone, buona parte di origine italiana.
La fortuna finanziaria della famiglia fu, in buona parte, investita anche nella realizzazione di due Banche, direttamente collegate all’attività di realizzazione di costruzioni e grandi lavori pubblici: il Banco de la Costruccion y Oriente e il Banco ipotecario de la Costruccion.  Nate alla fine degli anni ’60 e chiuse nel 1994, dopo una non limpida ispezione del governo, le due banche hanno rappresentato - per anni - non solo il polmone finanziario della imprenditoria italiana impegnata a Caracas nel settore delle costruzioni, ma anche una importante opportunità di lavoro per tanti emigranti r figli di emigranti.
Ne parlano i tanti lucani che in quella Banca hanno trovato lavoro per anni, come Antonio Pucillo, emigrato nel dopoguerra da Pescopagano e, oggi, membro della commissione regionale dei Lucani in Venezuela. Continua a lavorare con la terza generazione dei Di Mase, lanciati ora nel campo assicurativo e imparentati con alcune tra le famiglie proprietarie terriere del Paese. Suo figlio Nicola è tornato in Italia, per studiare all’Università, a Potenza. Forse vi rimarrà. Ora anche la figlia Carolina, alta, magra, una bellezza italiana con il carattere solare elle sudamericane, dopo un breve periodo di lavoro all’ambasciata italiana a Caracas è venuta a studiare lingue a Potenza. La madre dei due ragazzi, Margherita Graziano, anche lei di Pescopagano, bionda, loquace, sempre curatissima mei suoi chemisier fiorati, commenta le decisioni dei figli con orgoglio e rimpianto al tempo stesso. In fondo, spera che tornino. Oramai la loro Patria è qui.
I figli degli italo-venezuelani tornano spesso in Europa e in Italia, per studiare, per approfondire la formazione, anche per riscattare, in qualche modo, chi è dovuto fuggire da miseria e povertà a cercare una professione oltreoceano. Ma, in genere, si tratta di soggiorni di qualche anno. Poi si torna indietro, dove ormai da due, talvolta tre generazioni la famiglia ha piantato le sue radici.  
Si è formata e ha studiato in Italia, ma è tronata a Caracas, dove è nata, Antonietta Vallario Lotano, bionda, capelli ricci, occhi vivaci, una persona molto curata e che colpisce per i suoi tratti di grande  cordialità e gentilezza. Antonietta è una affermata dermatologa, figlia di due pescopaganesi: Michele, falegname e Lucia, casalinga. Erano andati in Venezuela per un paio d’anni, giusto il tempo di guadagnare qualcosa, ma poi sono rimasti e hanno realizzato il loro sogno americano. Quattro figli tutti laureati: una studiosa di filosofia, oggi in Canada, un ingegnere, un architetto e Antonietta, con la passione per la medicina. Gli studi a Roma, poi di nuovo il salto dell’oceano, a casa, senza nostalgia. Parla dell’Italia con allegria, ma la sua vita è qui, nel consultorio di Caracas, un poliambulatorio piccolo e accogliente. Quasi 12 ore di lavoro al giorno, un figlio quindicenne sa seguire, giovani pazienti con problemi di acne giovanile, che le abbiamo visto curare con una tecnica particolare di iniezioni sottocutanee, i viaggi, i congressi medici, gli aggiornamenti in Brasile e – immancabili –le orecchiette al sugo, in tavola la domenica, a casa di mamma Lucia. “anche questo è Pescopagano”, sorride solare Antonietta.  
Il gusto della cucina lucana nel ristorante del Centro  Italo –venezuelano viene un po’ edulcorato dal sapore dolciastro dei frutti tropicali, delle foglie di banano, dei fagioli piccoli e neri. C’è comunque da apprezzare i tentativo di non perderlo.
Mangia incuriosito qualche dolcino che somiglia ad un tarallo aviglianese – ma che, francamente, non ne ha il sapore – Michele D’ Alessandro, 35 anni, product manager di una multinazionale farmaceutica. Se non fosse per il nome italianissimo lo scambieresti per uno yuppy molto rampante e “anglosassone”, frutto prediletto della globalizzazione, che omologa anche tratti somatici e atteggiamenti.  E, infatti, Michele è davvero un cittadino del mondo. Grazie al suo lavoro ha ormai difficoltà a pensare al suo futuro in un punto preciso del pianeta. Ha un fratello economista, anche lui, avviato sulle strade della globalizzazione. I suoi genitori sono arrivati qui da Moliterno. Tra inglese, spagnolo e qualche parola di dialetto parla delle capitali d’Europa, che conosce per lavoro, ma anche di quella piccolissima regione, giù nel Sud Italia, dove sono nati i suoi genitori. E si capisce che conosce la Basilicata più dai loro racconti ammantati di nostalgia e poesia, che nella realtà. Ma siede e questi tavoli del Centro Italo-venezuelano con l’orgoglio vero di un’appartenenza e di chi si ripromette, prima o poi, di fare almeno una ”visita”.


una prima pagina del quotidiano di caracas


Ha vissuto, invece, sei mesi a Pescopagano, quando aveva sette anni, e se ne sente ancora cittadina, Teresa De Vincenti, 37 anni, lunghi capelli neri, pelle olivastra e tratti marcatamente andini ereditati dalla madre. Lavora come giornalista a “El Universal”, il secondo quotidiano nazionale venezuelano. Scrive di politica, una delle cose più difficili, complicate e pericolose nell’attuale momento in Venezuela. Ha visto morire un suo collega, che seguiva gli scontri tra manifestanti poro e contro Chavez. E’ morto nonostante il giubbotto antiproiettile, una “divisa” necessaria per chi si avventura nel centro di Caracas con una telecamera o con penna e taccuino. Anche alla nostra troupe è stato vivamente sconsigliato di avventurarsi nel centro di Caracas senza una scorta adeguata e con la telecamera ben in vista. Pare che la visione delle telecamere ecciti in modo particolare le varie bande che si scontrano per il controllo delle varie zone della città, dove sono purtroppo striai quotidiana gli scontri tra i “rossi”, sostenitori del presidente  Chavez, e i “blu” contrari all’attuale corso politico.
La passione del racconto, la voglia di capire e di far conoscere al mondo cosa accade nel suo Paese, attraverso  un quotidiano che è anche in internet, è cio’ che spinge Teresa a non mollare. Pescopagano? Per lei è il luogo dell’ infanzia, la casa dei nonni, del padre partito in cerca di fortuna 40 anni prima, senza mai interrompere il rapporto con la propria terra, conservandone tradizioni, abitudini, cucina, ricordi. Della Basilicata “vuole scrivere”, dice. Lo farà, promette. Chiede, con un largo sorriso, un “invito”.
Ricorda molto di più di Pescopagano, che ha lasciato cinquant’anni fa, Antonio Costante, 67 anni, regista di teatro classico e lirico. Ha lavorato per anni agli allestimenti del “Teresa Carregno”, il principale Teatro nazionale di Caracas, dedicato ad una pianista dell’ 800 e considerato il tempio della cultura venezuelana. In questo teatro, le cui porte gli sono state precluse dal nuovo governo, Antonio Costante ha allestito le messe in scena dei drammi di Marlowe e Shakespeare, delle commedie di Pirandello e Goldoni, delle opere di Cechov, Machiavelli e Verdi. Per primo ha portato sulla scena “Il Postino”, di Skarmeta. Oggi lo racconta con nostalgia, con rammarico, a tratti cin rabbia. Non è giovanissimo, Antonio Costante, e i suoi occhi di uomo maturo brillano di gioia e rimpianto nel rievocare la sua passata brillante carriera. Un artista con il cuore lucano, ma che deve tutto al Venezuela. Nell’Italia e nella Basilicata di 50 anni fa la sua passione non avrebbe certo avuto seguito, né possibilità. Amareggiato, ora guarda solo dall’esterno la mole scura, imponente e irregolare del “Teresa Carrigno”. Spera di rientrarci, un giorno.


Il teatro carreno a caracas


Per ora frequenta il Centro Italo-venezuelano, ma solo come spettatore. Spettacolo nostrani e italiani. Anche lucani. Quelli che ricordano al vita in paese, le vecchie abitudini, ma anche il dolore della guerra, della povertà, dell’emigrazione.
Oggi, la compagnia lucana di Ulderico Pesce narra la storia di Rocco Scotellaro e Amelia Rosselli. Una storia lontana dai grandi allestimenti al “Teresa Carregno” , ma che riporta Antonio Costante alla sua terra, proprio attraverso il Teatro. Un modo per sentirsi ancora lucano, nel lussuoso e confortevole Centro Italo-venezuelano di Caracas. Un modo per guardare ancora avanti e pensare – chissà – ad un allestimento teatrale da ambientare proprio in Lucania. E’ la magia del  teatro, che fa rivivere a Caracas un pezzo di vecchia Basilicata.
All’esterno, piante tropicali, grattacieli e ranchitos continuano a raccontare tutta un’altra storia!

  
  
  

 
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