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Una “Speranza” di vita
di Grazia Napoli


       Cure, amore, solidarietà. È la ricetta che ha guarito e ridato una famiglia a Maria Speranza, la neonata di San Martino d'Agri giunta nell'Ospedale di Potenza in condizioni disperate, la sera dell'8 luglio 1995. Un fatto di cronaca, che ha commosso l'Italia e che ha, tra i protagonisti, medici e infermieri dell'Ospedale San Carlo.
       È salva, sta bene. E’ stata affidata ad una famiglia Maria Speranza, la neonata di San Martino d'Agri gettata in una scarpata alla periferia del paese dai nonni materni, con la complicità della giovane madre nubile, la sera dell'8 luglio, subito dopo la nascita. È l'epilogo felice di uno dei più sconcertanti fatti di cronaca dell'estate '95, che ha avuto per scenario un piccolo centro dell'entroterra lucano, arroccato su una montagna di fronte al lago del Pertusillo, solo 1.243 abitanti.
       Quel pomeriggio Fiorella Andriulo, 18 anni, partorisce nel bagno della sua casa a San Martino d'Agri, forse aiutata da una sorella. Il frutto del parto, una bambina di 3 chili e 600 gram­mi, viene chiuso in una busta di plastica, nascosto momentanea­mente sotto un letto, poi consegnato al padre della ragazza Ange­lo Andriulo, 56 anni, perché se ne disfi. Fiorella, rimane in casa, ma una forte emorragia conseguente al parto costringe la madre Donata Lammoglia, 50 anni a chiamare il medico del paese, che, diagnosticando un'emorragia post-partum, senza però vedere in casa alcun bambino, chiama i Carabinieri. Gli eventi, a questo punto, precipitano. Gli Andriulo, una famiglia semplice, di brac­cianti agricoli, capitolano subito di fronte ai militari e indicano il luogo in cui il "fagottino" è stato gettato.
       Desolante lo scenario. Desolati e increduli gli abitanti di San Martino sull'orlo della scarpata: ricoperta di sterpi e usata in parte come discarica, per vederla, dall'alto, basta affacciar­si ad una balaustra di una specie di belvedere, che si apre lungo la strada d'accesso al paese. In fondo a quella scarpata: la bam­bina, avvolta in un'asciugamani e dentro una busta di plastica, con il cordone ombelicale non annodato. L'intervento dei Carabi­nieri e quello dell'eliambulanza consentono di fare presto, di far arrivare la piccola nel reparto di neonatologia dell'ospedale "San Carlo" di Potenza ancora viva, anche se in gravissime condizioni. La madre della bambina, ricoverata, invece, nell'Ospedale di Villa d'Agri, viene piantonata, in stato di fermo, dai Cara­binieri. Il fermo e l'arresto raggiungono, in poche ore, anche i genitori di Fiorella su ordine del Sostituto Procuratore della Repubblica di Lagonegro, Emanuela Comodi, con l'accusa di concor­so in tentativo di infanticidio. Arresti convalidati pochi giorni dopo dal gip.
       Mentre la vicenda giudiziaria fa il suo corso con una serie di interrogatori contraddittori, che fanno emergere il povero am­biente in cui la vicenda si è consumata, al "San Carlo" medici e infermieri combattono per salvare la piccola.
       "Andriulo sesso femminile". Così, con linguaggio burocratico, viene chiamata per molti giorni nel reparto di Neonatologia quella bimba, che, nata forte e sana, reagisce sempre meglio, anche se con lentezza estenuante, alle cure incessanti dei medici. L'intero "San Carlo" si stringe intorno alla piccola, il parroco Don Luigi, rimane in attesa di poterla battezzare, i degenti e i parenti dei degenti si riuniscono spontaneamente nella cappella dell'ospedale per pregare per lei. L'immagine di Maria Speranza (come infine è stata battezzata) che combatte contro la morte in un'incubatrice ha fatto il giro d'Italia ed è diventata uno dei simboli di un'estate in cui, pochi giorni prima, un altro infan­ticidio, questa volta riuscito, si era consumato a Pescara.
       Indignate e tardive si alzavano, intanto, da Roma, le voci di politici e opinionisti. Di chi la colpa? Della Stampa, del po­tere giudiziario, dei politici: tutti accomunati, nelle dichiarazioni dettate alle agenzie in quei giorni, in questo "concorso di colpa", che va dalla disinformazione sulle leggi che tutelano ma­dre e neonato quando si decida di partorire nell'anonimato in Ospedale e di abbandonare qui il bambino, alla mancate decisioni per istituire rimedi, moderni o antichi, concreti o fantasiosi che siano: dall'attivazione di un "numero verde", al ripristino della "ruota degli innocenti".
       E, mentre in tutt'Italia infuria la polemica, dal carcere Fiorella, la mamma della piccola chiede, tramite il suo avvoca­to, di poter riconoscere la figlia. Il Tribunale dei Minorennni di Potenza, deve ancora pronunciarsi. Su Fiorella e sui genitori pende un'accusa di concorso in tentativo di infanticidio per cui, conclusa la fase del carcere preventivo, i tre sono in attesa del pronunciamento della Procura della Repubblica di Lagonegro sulla richiesta di rinvio a giudizio.
       Fuori dai clamori, in un ambiente più ovattato e protetto, nel reparto di Neonatologia dell'ospedale "San Carlo", dopo un'osservazione continua della bambina e cure incessanti, i sani­tari sciolgono la prognosi e il 13 agosto Maria Speranza viene dimessa e affidata temporaneamente dal Tribunale dei Minorenni di Potenza all'Istituto Provinciale per l'Assistenza all'Infanzia del capoluogo. Qui, nell'Istituto meglio conosciuto come "Centro Natascia", le fa da tutrice Suor Liliana Baraldi.
       Da quel giorno nessun obiettivo o teleobiettivo ha più ripreso l'immagine di Maria Speranza. La bimba ha iniziato una vi­ta, si spera serena, lontana dalle telecamere e dagli ospedali in attesa di una famiglia. D'ora in poi la cronaca giornalistica si occuperà solo degli sviluppi giudiziari.

  
  
  

 
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