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L’epidemia “Spagnola” nel libro di un medico lucano
di Grazia Napoli


A colloquio con l'autore

I tempi che stiamo vivendo fanno venir voglia di capire, sapere, confrontare situazioni e comportamenti nella Storia.


Luigi Luccioni



Luigi Luccioni, medico potentino e cultore della storia della sua città, ma anche di quella della medicina, in Basilicata e non solo,
già ai tempi dell’influenza “Suina”, scrisse un libro, che ripercorre fasi e conseguenze della più devastante epidemia dei primi del ‘900. L’influenza “Spagnola” in Basilicata (1918-1919), Calice Editori.

Un libro ben documentato, frutto di ricerche approfondite, con tabelle esplicative dell’incidenza epidemica comune per comune, con foto originali dell’epoca, verbali delle forze dell’ordine e autorità sanitarie, rassegna stampa, curiosità. Un saggio storico scritto da un professionista scrupoloso della medicina locale, che ama la sua terra, di cui conserva un archivio fotografico prezioso.


la copertina del libro del 2000


Nella sua bella casa di Potenza, di fronte alla storica clinica privata che fu della sua famiglia, Luigi Luccioni accetta di buon grado di parlare del suo libro, scritto nel 2000


D: Il problema dei virus influenzali, anche letali, si ripropone molto spesso. Ora il coronavirus Covid 19…
R: Ogni volta che c’è un’epidemia influenzale di una certa importanza si fa riferimento alla “Spagnola”, che fu un evento spaventosamente unico. Si ebbero 50 milioni di morti nel mondo, 50 mila in Italia, 5000 in Basilicata. 202 nella sola città di Potenza.
L’epidemia non è nata in Spagna. Si è chiamata Spagnola perché siccome esplose alla fine della Prima Guerra Mondiale tutti i governi belligeranti vietarono alla Stampa di divulgare la notizia di questa epidemia, che si stava diffondendo tra le truppe, per evitare che le stesse truppe fossero condizionate dalla preoccupazione per le loro famiglie e viceversa.
Solo la Spagna, che era l’unica nazione europea non belligerante, alla fine dell’estate del 1918, pubblicò sui giornali e sulle agenzie di stampa la notizia che a Madrid e in gran parte del Paese si era diffusa questa epidemia spaventosa, che aveva causato – tra l’altro - il fermo dei trasporti, paralizzando la capitale. Da lì nacque la denominazione “Spagnola”

D: Si può ripetere?
Il virus A h1n1, come tutti i virus influenzali, subisce delle mutazioni. Questa è la ragione per cui le comuni epidemie influenzali, che oggi vengono aggredite con il vaccino, modificano sempre le loro caratteristiche e mutazioni geniche, e per questo il vaccino deve essere ripetuto ogni anno, con ceppi virali modificati. Quindi, non è detto che nella grandissima varietà delle mutazioni dei virus l’A h1n1 non possa ritornare. Anche se oggi sarebbe più facile affrontarlo.

D: Cosa significò allora fronteggiare questa emergenza. Se si riuscì in parte a fronteggiarla.
R: Le conseguenze di allora furono devastanti perché le popolazioni erano defedate e denutrite, spossate da 4 anni di guerra; le condizioni igienico sanitarie erano disastrose; quando esplose l’epidemia non si sapeva neanche che fosse causata da un virus. Si assimilava alle grandi epidemie di peste, che avevano falcidiato l’Europa Occidentale nel ‘300, di cui parlò Boccaccio, nel ‘600 di cui parlò Manzoni e ad altre epidemie dell’ ’800.
La “Spagnola” aveva anche una particolare aggressività per l’apparato respiratorio, con complicanze batteriche. Da cui nacque l’opportunità – in seguito - di associare al vaccino antinfluenzale anche quello anti pneumococcico.
Nel Sud, dopo la “Spagnola” la devastazione non si fermò. Si diffuse il vaiolo che fu un altro flagello.

D: La Basilicata agli inizi del’900 era molto povera, come si difese? Com’era la sanità di allora? Che ricordi ha Lei, dalla sua famiglia di medici lucani?
R: Fu un disastro! La situazione in Basilicata era disastrosa già prima dell’epidemia.
I medici c’erano e – a macchia d’olio - si attivarono in maniera efficace, almeno in città.
A Potenza c’era, per esempio, il medico provinciale dottor Giovanni Pica che fu il maggiore coordinatore dei soccorsi e dei servizi di emergenza; molti medici militari, alcuni decorati a fine guerra per lavoro valenza professionale; il medico condotto di Potenza Capitano Giuseppe Gilio che stilò un decalogo con le norme di comportamento per evitare il contagio.
1. Non ti preoccupare e non ti strapazzare
2. Sii sobrio nei cibi e nelle bevande alcooliche
3. Non sputare per terra
4. Guardati dalla polvere e dalle mosche
5. Cura l’igiene della casa e della persona
6. Disinfetta spesso la bocca e le mani, specie prima di mangiare
7. Non viaggiare senza necessità
8. Non frequentare case di ammalati e non avvicinare ammalati e convalescenti
9. Non frequentare luoghi dove sono molte persone
10. Piglia, come preventivo, una tavoletta di chinino della Stato la mattina e una il giorno

Come si legge, non molto dissimile dalle raccomandazioni di oggi.
La situazione era peggiore nei paesi, spopolati dalla guerra e senza medici. I giovani erano stati richiamati sotto le armi, gli anziani evitavano di curare i pazienti per evitare il contagio. C’era una situazione allucinante anche per la sepoltura dei morti. Salme abbandonate per strada. Anche i becchini erano contagiati e ammalati.
Le amministrazioni comunali non erano tutte uguali. Alcune reagirono, altre si defilarono.
A Lagonegro c’erano i prigionieri di guerra. Li tacciavano di essere gli untori. Il Prefetto ordinò di trasferirli.
Non tutti si ammalavano. Molti avevano più difese. Furono colpiti i giovani più degli anziani. Si ipotizza che gli adulti si fossero immunizzati con l’epidemia del 1889.

D: Suo padre cosa raccontava?
R: Mio padre era medico militare di leva, all’epoca. Era giovanissimo. Riuscì a salvarsi dall’epidemia “Spagnola”, ma, curando alcuni colleghi, contrasse il vaiolo. Io stesso all’inizio della mia carriera ricostruendo la storia sanitaria dei miei pazienti, sentivo parlare di genitori e parenti morti con la “Spagnola”. È stata una calamità terribile.

D: La ricerca e la scoperta delle cause, allora fu molto più lenta rispetto ad oggi
D: Certo, il Covid 19 è stato subito isolato, proprio in Italia. Il virus della ”Spagnola” fu trovato e descritto solo nel 1933 nell’Università di Sheffield in Inghilterra. 15 anni dopo.
Oggi le condizioni sono comunque diverse. Ci sono farmaci, igiene, sistemi sanitari organizzati, anche se ci sono rischi maggiori di contagio, dovuti all’alta densità abitativa e a spostamenti più rapidi. Si pensi alle navi da crociera, agli aerei, che hanno un’alta concentrazione di persone a bordo. I virus viaggiano velocemente, con le persone, in tutto il mondo.
Oggi l’epidemia è anche alimentata dalle notizie incontrollate dei media e infondate, soprattutto dei social.
Bisogna aspettare la primavera. E il virus scomparirà.


- Questo articolo - tratto da un un'intervista realizzata dall'autrice per la Rai-Tgr Basilicata - è stato pubblicato sul numero 82 della Rivista Culturale online www.goccedautore.it, diretta da Eva Bonitatubus







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