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Aurelia
di George Whetstone
Prefazione di Maria Aurelia Mastronardi.
Potenza, Edizioni Ermes, 2001.
Pagg. 242

             
          L’edizione si presenta in forma piuttosto elegante, con copertina in plastificazione opaca, su cui è riprodotta, con studiata impaginazione grafica, un’immagine di Elisabetta I Tudor. L’intero impaginato della copertina richiama lo stile e i colori dell’abito della Sovrana. In quarta di copertina: un particolare dell’immagine principale.

         Il libro si compone di due parti e un’Appendice. Una prima parte: di inquadramento storico-letterario dell’opera di George Whetstone e di Aurelia in particolare. Una seconda parte: di lettura critica dell’opera, con citazione sinottica delle fonti. In Appendice: è riportato lo studio comparato dell’opera, con la prima edizione del libro, edito 11 anni prima dallo stesso editore, ma con un altro titolo e con parecchie differenze, non solo tipografiche. Il libro dà una versione moderna dell’opera cinquecentesca, ingabbiata nella sua rigida cornice: una compagnia di nobili di diverse nazionalità, in un nobile Palazzo Italiano, alla Corte di un nobile signore, nei sette giorni di festeggiamenti tra Natale a Capodanno, nel 1580. In questo Palazzo capita, per caso, l’Autore, in viaggio in Italia, come tanti giovani inglesi eruditi dell’età elisabettiana. Viene invitato a fermarsi. La vicenda si snoda in sette giorni di festeggiamenti, in cui si delinea uno scorcio di vita cortese. Gli ospiti sono perfetti Cortigiani, alla maniera in cui li descrisse Baldassarre Castiglione nel suo libro, allora molto in voga e conosciuto. Questi nobili sanno danzare, sanno parlare, conoscono le arti e amano il Teatro, sanno di filosofia e di astronomia e narrano Novelle, a scopo didattico e moralizzatore. Ed è proprio la Novella il nucleo intorno a cui tutti i ragionamenti, tutti gli avvenimenti, tutti i divertimenti convergono. Questo piccolo e nobile genere, che racchiude – in un racconto breve – un episodio di vita, simbolo di una vita, completamente integrata nel momento storico in cui avviene. Ecco allora Novelle famose, mutuate da Boccaccio, Bandello, Giraldi Cinthio; ecco le stesse Novelle, che ispirarono – qualche tempo dopo – Shakespeare, per scrivere le sue tragedie; ecco l’interpolazione tra racconti diversi narrati da Margherita di Navarra o ripresi semplicemente da Ovidio, da Virgilio e Omero. Il tutto in una cornice perfetta, fatta di simmetria ancora medievale, come era per la Cornice del Decameron di Boccaccio, dei Canterbury Tales di Chaucer, dell’Eptameron di Margherita di Navarra.
          Ogni gesto o ragionamento è teso a cercare la via della moralità, attraverso l’esaltazione del Matrimonio. Quel matrimonio atteso per la Regina Elisabetta e che non arrivò mai. Una moralità tutta Protestante, per un’operazione patriottica, che si infarcisce dell’erudizione dell’epoca, di una lingua alla ricerca del suo stile in prosa, di una letteratura, che non è ancora quella di Shakespeare, ma è - per ora – solo studio e sperimentazione. E che ha come modello i grandi narratori del Trecento e del Cinquecento Italiano.
 
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